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Da ballo sexy a sport, il sogno pole dance

Nata nei night club e resa celebre da alcuni film come Striptease, “la danza della pertica” si è trasformata in una disciplina sportiva, con tanto di regole e di campionati, conquistando centinaia di migliaia di praticanti in tutti i continenti. La speranza è quella di arrivare un giorno alle Olimpiadi, ma vincere i pregiudizi non è facile. Nemmeno in Italia, campione del mondo nel 2013 ma ignorata dal Coni

ROMA – Sudore, calli sulle mani, lividi, magnesite e l’odore pungente di alcool etilico. Sono questi gli ingredienti dalla pole dance. Non i lustrini, le paillettes o i tacchi 12, né le camicie da uomo su striminziti perizomi, idea scolpita nell’immaginario collettivo grazie a “Striptease”, il film con Demi Moore del 1996 o “Showgirls” di Paul Verhoeven. Oggi la pole dance è una disciplina sportiva in forte crescita in ogni parte del mondo, anche se tutti questi  accessori restano una parte importante del suo background.

La pole dance – letteralmente danza della pertica, o del palo – da non confondere con la lap dance (danza del grembo) ha avuto una enorme diffusione negli ultimi 15 anni. In Italia il palo è entrato nelle palestre a metà degli anni 2000 e nel 2009 si potevano contare circa 20 palestre che nel giro di 4 anni sono diventate quasi 200 diffuse dal nord al sud. Il primo campionato nazionale, nel 2010, ha ospitato 11 atleti, solo donne, mentre per l’edizione del 2015 (16 e 17 maggio a Cesenatico) saranno in 100 fra professionisti e amatoriali, divisi nelle categorie donne, uomini, coppia, junior (12-18 anni) e over 50.

Dalla mallakhamb indiana a Demi Moore, storia della pole dance

Nel mondo si tengono centinaia di campionati nazionali, mentre decine di campionati internazionali sono organizzati ogni anno da associazioni no profit tra cui il World Championship Pole Sport, il primo ad adottare un codice regolamentare di tipo olimpico. In America del nord, dove la tradizione del palo trae le sue origini, è possibile trovare corsi di pole dance praticamente ovunque e i praticanti superano la ragguardevole cifra di 500 mila persone. Ma neppure la Cina rimasta immune al fascino della disciplina e secondo alcune stime sono oltre 100 mila le persone che praticano la pole dance.

I dati forniti da X-pole, la maggiore ditta costruttrice di pali nel mondo, sono impressionanti: 10 milioni di fatturato per circa 10.000 pali venduti ogni anno, di cui solo il 5% è destinato ai locali, mentre il 75% è per installazioni domestiche e il restante 20% per le palestre.

La storia della prima pertica
Fino alla fine del 2005 non esistevano pali smontabili per allenarsi in casa, salvo essere disposti a traforare il soffitto ed installare un tubo innocenti. Questi ultimi, 55 cm di diametro, erano usati nei nightclub, ma il loro spessore non favoriva una presa solida. L’idea di progettare un palo “casalingo” arriva dal designer inglese Clive Coote nel 2003 quando la cognata, entusiasta dopo aver provato una lezione di pole dance in un evento a tema, resta stupita dalla totale assenza di pali sul mercato. All’inizio Coote, che da poco aveva venduto la sua azienda di modellistica radiocomandata e aveva intenzione di andare in pensione, prende poco sul serio la proposta e la relega ad un amico ingegnere di Formula 1, che, divertito, costruisce il primo prototipo.Diviso in moduli componibili, in acciaio cromato, non differiva tanto da quelli attuali se non nello spessore, 65 mm di diametro, decisamente troppo largo. Un fallimento. Quando il fratello lo sfida a costruirne uno migliore, Coote accetta. Dopo numerose ricerche, riesce ad ottenere un palo smontabile leggero (circa 15kg) e di 50 mm di diametro, il primo davvero tarato per la pole dance. Alla fine del 2005 la sua nuova società, la Vertical Leisure, è pronta ad entrare nel mercato con il palo X-Pole. “A quel punto – ricorda Coote – avevo due scelte: alimentare l’industria dei night o gettarmi nell’avventura molto più rischiosa del fitness. Quell’anno alcune palestre cominciavano a proporre corsi di pole dance. Ho deciso che la mia azienda avrebbe fatto prodotti per lo sport”. Così è stato.

Anche nel vecchio continente il palo sta facendo breccia nei centri sportivi e fra Europa e Russia si possono contare più di 5.000 palestre, di cui 500 solo nel Regno Unito. Qui ha sede l’International Pole Sport Federation (Ipsf), la federazione europea che sta tentando la lunga scalata per il riconoscimento ufficiale di questa disciplina. Perché nonostante il trend di crescita positivo, la pole dance non è ancora uno sport riconosciuto dagli organi istituzionali. Come per ogni suo predecessore il cammino è lungo e pieno di ostacoli. SportAccord, l’ente che insieme al Comitato Olimpico Internazionale sancisce il riconoscimento ufficiale di ogni sport, è il primo gradino da salire per affacciarsi nel mondo delle competizioni internazionali come i World Games (direttamente organizzati dalla federazione) e le Olimpiadi.

“Siamo consapevoli che lo sport sta cambiando ed è nostra intenzione aprirci alle nuove discipline,” spiega Vlad Marinescu, direttore generale di Sport Accord. “Il Pole – aggiunge – non è l’unico sport ad aver chiesto di entrare nella nostra federazione quest’anno, ce ne sono altri 4 nella stessa condizione, tra questi il Bandy (una sport diffuso in nord Europa simile all’hockey ndr.) e l’Armwrestling (il braccio di ferro, ndr.)”. “Ora – continua Marinescu – dovremo aspettare il 2016 per le nuove votazioni. Ma quello che posso dire con certezza è che noi di SportAccord siamo consapevoli dell’enorme potenziale del Pole Sport come degli altri nuovo sport,  e sarà nostro compito spingere affinché il panorama sportivo possa cambiare e svecchiarsi”.

Le recenti polemiche che hanno coinvolto proprio i due enti durante il vertice di Sochi restituiscono però il clima di fortissima tensione che si respira in ambito sportivo internazionale. I cambiamenti non sono facili da accettare specialmente quando coinvolgono interessi economici elevati. Ogni sport infatti per essere accettato nel gotha delle competizioni mondiali deve portare in dote un pacchetto di associazioni dilettantistiche e spettatori elevato, che faccia gola agli sponsor e attiri l’interesse dei media.

“Se dovessi stare a sentire tutto quello che dicono le teste canute delle federazioni sportive mi sarei arresa già da diverso tempo”, spiega K. T. Coates, presidentessa della Ipsf, sfoggiando un filo di british humor. “Dieci anni fa – continua – tutti ridevano della pole dance, cinque anni dopo ridevano del fatto che la pole potesse essere considerato uno sport, ora ci stiamo strutturando e contiamo che tra 5 anni avremo il riconoscimento ufficiale. Anche la Bmx e lo skateboard hanno compiuto questo iter prima di noi,  ora sono diventati sport olimpici. E’ solo una questione di tempo”. Proprio lo skateboard, così come la ginnastica aereobica, sono in lizza per entrare a far parte delle competizioni olimpiche nel 2020. Quest’ultima ha visto riconosciuto il suo valore tecnico-sportivo dopo “soli” 40 anni di onorata carriera e centinaia di migliaia di corsi e dvd per ginnastica fai-da-te venduti in tutto il mondo.
ROMA – In Italia è la Fisac – federazione italiana no profit degli sport acrobatici e coreografici – a rappresentare sport come il cheerleading, l’acrodanza e il pole sport. Nata nel 2008 non ha ancora ricevuto il riconoscimento del Coni, che si mantiene neutrale affidando agli organi internazionali il compito di stabilire quale siano gli sport ufficiali. La torta dei fondi pubblici infatti fa gola a molti e il problema reale consiste nella sua spartizione. In Italia dei 250 milioni distribuiti tra 46 federazioni sportive nazionali quasi un terzo viene assegnato al calcio, che in totale prende circa 70 milioni annui.  Nuovi sport significano infatti meno soldi per tutti, e nonostante la “morte naturale” di alcune discipline (basti pensare al recente tentativo di espulsione della lotta greco-romana dalle Olimpiadi), il settore sportivo fatica ad accettare i cambiamenti.

La pole dance vuole cancellare i pregiudizi: “Sport vero, altro che sexy”

Alessandra Marchetti, tre volte campionessa italiana (2011, 2012 e 2013), campionessa europea 2012 e campionessa mondiale 2013, nonché rappresentante del pole sport all’interno della Fisac, lo dice chiaramente: “La pole è uno sport ancora di nicchia nel nostro paese, ma in fortissima crescita”. Da quando Titti Tamantini ha organizzato i primi campionati italiani nel 2010, il numero di convention sportive e le palestre che offrono questo tipo di corsi è cresciuto in modo esponenziale. “Gli stili sono molto diversi tra loro – continua Marchetti – e ancora oggi resiste l’exotic, cioè uno stile sexy, con i tacchi, ma nelle gare ufficiali esistono delle regole rigide, che sono quelle che ci aiuteranno a farci riconoscere come sport. Il pole sport non vuole rinnegare il legame con i nightclub, né prendere le distanze, semplicemente vuole esistere in modo autonomo. Le regole che abbiamo imposto esistono per permettere un giudizio equo durante le gare, dove non può esserci spazio per un gusto personale”. Non si può non ricordare come la sensualità sia ancora oggi una categoria di giudizio in gara. Durante gli europei 2012, l’atleta Doris Arnold si è vista affibbiare 20 punti di penalità per
ROMA – Se lo sport è considerato veicolo di emancipazione, utile per superare le barriere di genere, la pole dance viene definita dagli esperti di gender studies uno sport sexual empowering e cioè sessualmente emancipante o più letteralmente rinforzante. Nell’analisi condotta da due psicologi australiani, Kelly Whitehead e Tim Kurz, della Murdoch University, si indaga proprio su come questa forma di fitness obblighi a una ridefinizione della sessualità femminile, fino ad oggi concepita sotto l’influenza di una società patriarcale.

L’inclusione della pole dance all’interno di gruppi sportivi nella pudica élite delle università del Regno Unito rende l’idea di come all’estero sia considerato uno sport a tutti gli effetti, alla stregua di basket e pallavolo (si trovano pole dance society nell’Università di Edimburgo, nell’Università di Southampton e in molte di quelle che fanno parte dell’Association of United Kingdom-based Universities).

Oltre ai muscoli infatti il suo segreto sta proprio nell’attivare la coscienza della propria forza sessuale. Così sostengono molte delle principali animatrici dei blog statunitensi, fra cui Rashi Bey, sex coach che lavora sulla necessità di comunicare questa energia all’interno delle palestre anche attraverso l’uso di termini “appropriati”.

Basta quindi chiamare “biscottino” o “patatina” organi sessuali che hanno nomi ben più crudi nel linguaggio comune. Infatti una delle prime battaglie da vincere è quella contro il falso pudore e ballare seminude davanti a uno specchio può essere una terapia d’urto.

In Venezuela la pole è utilizzata ad esempio come terapia per chi soffre di disabilità o malattie croniche. Carmen Hurtado, dell’Associazione Fundaviva, non ha paura di mostrarsi in un video che ha fatto il giro del mondo mentre “si spoglia” della sua gamba artificiale prima di arrampicarsi sulla pertica ed esibirsi in una serie di evoluzioni.

Da segnalare, infine, come il recente arrivo del palo anche all’interno delle palestre sociali di alcuni centri occupati di Roma rientri nelle pratiche portate avanti dal femminismo di terza generazione. In questo caso lo sport è esplicitamente mirato alla scoperta della propria consapevolezza sessuale, al di là dei generi e degli orientamenti.

La scoperta del piacere di danzare in modo sexy può fare paura, sia che esso riguardi la sfera intima e privata, sia che faccia parte di una routine lavorativa, come nel caso delle sex worker o delle spogliarelliste. La realtà è che moltissime donne ancora oggi non si sentono padrone del proprio corpo, così come altrettante restano convinte che farne uno strumento di lavoro significhi perdere il controllo delle proprie scelte. Lo sport in questo senso compie il miracolo di unire praticanti di tutte le estrazioni sociali. Il palo svolge la funzione taumaturgica che spesso anni di psicoanalisi non riescono a compiere: farsi accettare per quel che si è.
ROMA – Universalmente riconosciuta come una delle pioniere della pole dance,  Fawnia Dietrich è forse l’atleta che ha fuso più armoniosamente i due aspetti  –  che potrebbero risultare in conflitto  –  della pole come danza sensuale e come pratica di fitness. Nata nel 1975 a Kamloops, Canada, in una famiglia poverissima, a 18 anni approda ai nightclub come exotic dancer. In breve comincia ad insegnare e nel giro di pochi mesi apre la sua prima palestra. Nel 1998 mette in commercio i primissimi corsi in video e crea l’unico brevetto per insegnanti. Oggi tiene seminari di pole dance nonché il corso di “Sex, Dance and Entertainment” all’Università di Las Vegas. Nel 2012 dà il via al Pole Expo, l’unica convention al mondo dedicata a questa disciplina, che riunisce federazioni e campioni, appassionati e rivenditori. Nel 2015 è stata annoverata nella top 100 delle donne più potenti di Las Vegas.

La sua sembra quasi la storia di una Cenerentola moderna. Da ballerina nei locali a imprenditrice. Come si sente oggi, con un impero della pole dance tra le mani?
“Cenerentola? Mica tanto! Di certo non ci sono state fate madrine, nessuna magia. Sono cresciuta con una madre disabile che mi ha insegnato a vedere la vita come un dono senza dar nulla per scontato. A 15 anni sono andata a vivere da sola, appena uscita dal liceo ho cominciato a ballare nei locali. Oggi ho più responsabilità, ma resto sempre la stessa. Mi piace sfidarmi. È il motivo per cui ho deciso di fare il Pole Expo. È un lavoro faticoso che mi impegna incessantemente per 9 mesi l’anno. Ne sa qualcosa la mia compagna, non so come fa a sopportarmi”.

A proposito dell’Expo, come è nata l’idea?
“Ad essere onesta mi trovavo ad una convention sportiva e ho pensato che sarei stata in grado di organizzare una cosa simile per la pole. Dal 1999 ho partecipato ad almeno 50 expo di fitness per conto di varie aziende di bodybuilding, so cosa piace agli spettatori e cosa fa guadagnare i commercianti”.

Come è  avvenuta la trasizione da ballerina a insegnante nel 1994? C’è stato un momento in particolare?
“È stata una decisione presa dopo nemmeno un mese che ero approdata nel nightclub. Le prime settimane erano state terribili, mi sentivo persa sul palco. Ho chiesto ad una ragazza di insegnarmi a fare qualcosa sul palo e lei mi ha fatto vedere quello che oggi si chiama Fireman spin. All’inizio non riuscivo nemmeno a sollevare i piedi da terra, ma quando ci sono riuscita mi sono esaltata. E siccome non esistevano palestre sono andata in un ferramenta, ho comprato un palo di ottone e ho cominciato a insegnare questo semplice trick. Io stessa imparavo insegnando”.

Crede che oggi ci sia ancora uno pregiudizio legato a questa disciplina?
“Solo se si vuole vedere la sua origine negli stripclub come uno stigma. Per quello che mi riguarda non c’ è nulla di cui vergognarsi. Oggi la pole dance è ben vista dai media, ci sono tante federazioni internazionali tutte accomunate dallo stesso scopo: il riconoscimento ufficiale come pratica sportiva. Le persone ci si avvicinano per diverse ragioni. C’è chi fa lezione al posto della normale palestra. Ci sono donne che vogliono stupire il marito con mosse sensuali e ci sono exstripper che rimpiangono i muscoli che avevano quando ballavano nei locali. Lo fanno le persone famose, di recente ho fatto lezioni anche a Britney Spears. È divertente, un ottimo esercizio fisico e può essere, se lo si desidera, molto sexy”.

Condivide la battaglia delle federazioni per renderla una disciplina olimpica?
“Certo. Come ho detto la pole dance può essere sexy solo se lo vuoi, in primo luogo è una forma di fitness. Sostengo la corsa alle Olimpiadi di KT Coates (presidente della International Pole Sport Federation ndr) e infatti sono stata giudice di gare internazionali. Quello della Pole Sport è un altro modo per legittimare la disciplina”.

Per concludere, come definirebbe il suo stile di pole dance?
“Il mio stile ha delle spiccate note sexy. Credo che il movimento sensuale sia una cosa naturale e bellissima che dona forza e potere al corpo femminile e maschile. Non ci si deve sentire ‘sporchi’, anzi, si tratta di un modo per acquistare autostima e dovrebbe essere celebrato da tutti. E poi, siamo sincere, non voglio edulcorare nulla: sono una exspogliarellista che ha imparato a ballare imitando Madonna. Questa è Fawnia”.
Il movimento in cinque curiosità
Il primo blog dedicato al mondo della pole dance è stato creato da un’italiana, Valentina D’Amico che ha successivamente ha riunito la community mondiale nel portale PDBloggers.